Intervista a Tomas Milian (L’Avana, novembre 2014)

Tomas Milian a Cuba, si chiude un cerchio

L’Avana, 30 novembre 2014

Dopo circa 60 anni, Tomas Milian torna a L’Avana, città dove nacque il 3 marzo 1933. Torna per ricevere un omaggio preparato dalla Cineteca di Cuba che include una retrospettiva di film nei quali ha partecipato durante la sua carriera.

Tomas Quintín Rodríguez-Varona Milian Salinas De La Fé y Alvarez De La Campa, lasciò Cuba a 21 anni con l’obiettivo inderogabile di diventare attore. La prima cosa che fece appena arrivato a New York fu presentarsi all’Actor’s Studio, e lì gli dissero che avrebbe dovuto perfezionare il suo inglese. Dopo un breve tempo nella Marina nordamericana, dove migliorò la lingua, tornò all’Actor’s Studio, fece due audizioni e lo selezionarono fra 3.000 aspiranti. Entrò lì definitivamente  il 18 dicembre 1957. Fino ad oggi è stato l’unico cubano ad esserci riuscito. Quel giorno ricevette il primo applauso della sua vita.

Ciò che avvenne dopo è pieno di particolari: Italia, Francia, Mauro Bolognini, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni; Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci; Hollywood, Sidney Pollack, Oliver Stone, Steven Spielberg, Steven Soderbergh.

Tomas Milian, a 81 anni, è un uomo molto vitale. Dimostra grande senso dell’umorismo con un marchio inconfondibile della sua “cubanità”, caratterizzato dai frequenti “ecco” e “anyway” che sono impressi nel suo linguaggio. Ha confessato di sentirsi molto felice di essere all’Avana, che ha trovato quasi uguale rispetto a quando l’aveva lasciata.

SM: Nell’incontro con la stampa, con i cineasti e con gli specialisti lei ha affermato che da giovane era “retama de guayacol”, ovvero un poco di buono. Come può un uomo che ha lasciato il suo Paese ormai da 60 anni senza averne fatto ritorno fino ad oggi, dire una frase così cubana in un modo così organico e naturale?

TM: Non l’avevo mai detta da quando me ne sono andato da Cuba, però essere qui ora mi sta tirando fuori “el cubano, el bichito”.

SM: Ha detto che ha trovato L’Avana come l’ha lasciata?

TM: Sì, perchè ho trovato tutto quello che cercavo, tutto quello che significava qualcosa per me, Ci sono ancora le case, diroccate, ammuffite con il passare del tempo, però sono rimaste lì.

SM: Fino ad ora, per il poco tempo che ha potuto parlare con i suoi connazionali come si sente?

TM: Sto parlando con cubani come me, e mi fa piacere; osservo in loro un po’ di curiosità (nei miei confronti) ma anche di tenerezza, in…

SM: Lei li ispira

TM: Grazie, grazie. Sono felice, sono contento. Mi sembra un sogno, mi sembra come se domani potessi svegliarmi e nulla di questo sia vero, perchè adoro questa accoglienza che mi è stata data, adoro vedere le mie fotografie in esposizione, è la prima volta che mi succede ed è tutto nuovo per me.

SM: Come è arrivato alla cultura dell’India?

TM: Sono arrivato in India durante un viaggio nel quale ero disperato, in un periodo nel quale facevo una vita molto irregolare, credo che se avessi continuato su quella strada non sarei finito bene; lessi una volta su una rivista italiana di un guru e così lo dissi a mia moglie. Lo sai Rita? Me ne vado in India a trovare questo Guru che dicono faccia miracoli, e a me solo un miracolo può salvarmi.

Così andai a trovare il guru per farmi aiutare perchè io con la religione cattolica non…, però ho questo sentimento religioso che mi aiuta a vivere pensando che ci sia qualcosa dopo che possa guadagnare con la pazienza, dolore o quello che sia.

Però nell’essere umano succede qualcosa durante i momenti di disperazione nei quali credi di non poter andare avanti e non sei così pazzo da ucciderti, come fece mio padre. Credi che quest’ uomo, questo guru possa curarti, però non è l’uomo, è il viaggio che fai, Così distante, così difficile, così doloroso che quando arrivi a inginocchiarti ai suoi piedi, questo gesto di umiltà, di disperazione, questo pianto che ti viene quando lui si ferma smettendo di camminare, e ti tocca la testa, ti cura. Perché sai che lui ti ha notato. E il nuovo pianto di allegria e commozione, non è niente di più che fede, perchè lui è un uomo come te che si è lasciato crescere i capelli, e usa una tunica arancione e cammina così lentamente che sembra che cammini fra le nuvole. Così ti senti nel cielo insieme a lui che ti cura: però sei tu che ti curi, con fede e amore.

SM: Queste fotografie sono una prova di quella cura?

TM: Ecco, sono uscite proprio per questo. Un giorno lì in India, avevo nelle mani una camera fotografica e vidi una macchia su un muro e così la fotografai. Mi piacque molto la sensazione di dipingere con i miei occhi una cosa che stava lì per caso, cosicché più tardi cominciai a cercare altri muri sporchi che mi fecero dipingere senza dipingere, cioè dipingere con gli occhi, le tracce del tempo, e le continuai a trovarle a Roma, Venezia, New York e Miami. Queste sono alcune foto tratte dal mio libro ‘Muri’ che sono esposte nel Centro di Promozione Cinematografica del ICAIC.

Quando cominciai, mi innamorai di quei muri e far l’attore era passato in secondo piano, Era come se avessi trovato un nuovo modo per “esprimermi”; però è una bugia perché è stato un momento nel quale ho sentito la necessità di fare queste foto. Ma è durato poco, giusto un momento, perché mai sono tornato a fotografare. La cosa non mi interessa.

SM: Dei tantissimi registi di cinema con i quali ha lavorato nella sua lunga carriera, da quale ha maggiormente imparato?

TM: Imparare…, cioè, io sono un attore, e nemmeno all’Actor’s Studio imparai niente. Non so, io sono un attore e lo sono da quando sono nato, io credo che uscire dall’utero di mia madre sia stata una mia esibizione, un grido di dolore, che ha segnato tutta la mia vita.

SM: Lost City, diretta nel 2006 dall’attore cubano-americano Andy Garcia, soffre di molte imprecisioni storiche, però nonostante ciò, riesce a ricreare un’ambientazione cubana, soprattutto riguardo all’ambiente familiare, al quale senza dubbio ha contribuito il suo ruolo come Don Federico Fellove. Come ha costruito questo personaggio? Ha preso come modello qualcuno della sua famiglia?

TM: Sì, mio nonno era così, era un patriarca. Si sedeva a capotavola con intorno tutta la famiglia. Sì, mi è venuto in mente. Avevo ricordi di dove sono cresciuto, ed è stata una cosa molto emozionante; soprattutto nella scena dove siamo tutti a tavola ad aspettare Andy. Lui arriva, io gli ricordo l’ora e lui mi da un bacio in testa; non mi sono potuto controllare ed ho incominciato a piangere, perché Andy è una persona molto tenera, è molto affettuoso e non è falso, è vero, e inoltre tutto era vero nella scena, i mobili, le cose, la famiglia, anche io. Mi sono commosso tanto.

SM: La scena dell’addio di suo figlio che fugge negli Stati Uniti è altrettanto vera, ma lei non ha vissuto la separazione delle famiglie cubane che se ne andavano negli Stati Uniti.

TM: Però ho vissuto quel momento, nella pellicola, perché sentendomi come mio nonno non mi stavo inventando nulla; se io non me ne sono andato da Cuba, se io non sono emigrato in momenti come quelli, io sono emigrato con questo film e tutto quello che lei ha visto è stato davvero sentito sulla mia pelle; per questo ho cominciato a piangere, A volte era così reale la situazione che non potevo…Inoltre l’addio, gli abbracci, il pianto della tua sposa… Tu stai cercando di non piangere, ma piange tuo figlio che se ne va…, no, no…

SM: Com’è stato lavorare sotto la direzione del suo compatriota Andy Garcia?

TM: Con Andy tutto era molto reale, anche l’acqua di colonia della Guerlain che stava sul tavolo di notte in un’altra scena, dove io sto nel letto che parlo con lui. L’ho portata da casa mia, ma era una piccola boccetta. Ne avrei dovuto portare una grande perchè in realtà nel film non si vede, ma a me bastava sapere che c’era.

Andy è una persona pura, di grande gentilezza ed è un cubano di razza, di quei cubani di Pinar del Río. Non so perché, ma da quella terra proviene gente tanto buona.

Ti racconto un particolare nella direzione di Andy: in una scena un personaggio entra in un bar e chiede un caffè. Glielo portano in un bicchierino di plastica. Allora io lì ho detto: “Oddio, ma cos’è ‘sta roba?”

SM: Allora andavate d’accordo, fra cubani?

TM: Sì, come no, ma poi, chi è che non va d’accordo con Andy? Siamo amici, non c’è bisogno che ci vediamo, nè che ci chiamiamo, questa è una relazione per tutta la vita, fa parte dei miei ricordi, di me, della mia famiglia.

Ho chiesto ad Andy una canzone che a me commuove molto perché mi ricorda i miei nonni: si intitola Venti anni, di María Teresa Vera. Lui la mise nel film per farmi contento.

Mi sono trovato molto bene nel fare questo film che è stato come chiudere un cerchio della mia vita, non l’ultimo perché ancora continuo a chiudere cerchi…

SM: Sarà questa visita a Cuba un altro cerchio che si chiude nella sua vita?

TM: Certo, questo è un altro cerchio importante che si chiude.

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Per gentile concessione di Susana Méndez Muñoz di ‘Progreso Semanal’

Traduzione: Giuseppe Montagnese

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Intervista su ‘Gente’ del 9.6.1975

Qui di seguito, proponiamo la lunga intervista-carriera che Ornella Ripa fece a Tomas sul set milanese de ‘Il Giustiziere sfida la città’. Tomas parla del suicidio del padre, dei primi film, del figlio, del litigio con Volonté con sincerità. Un documento straordinario, pubblicato sul n. 23 di Gente del 9 giugno 1975. L’articolo si intitolava “Tomas Milian: 16 anni con il cinema romano tra dive, compagni e fascisti”

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Intervista a Tomas Milian – Nocturno 23/07/2009

TOMAS MILIAN: UN’AVVENTUROSA STORIA NEI GENERI (1)
Tomas Milian, dopo anni di assenza, si appresta a tornare in Italia per interpretare un film noir. Ecco una buona occasione per fare il punto sulla sua folgorante carriera nel nostro cinema bis…

Ti va se parliamo dei tuoi western, Tomas?
Certo, naturalmente!
C’è un film diretto da Jaime Jesus Balcazar, intitolato The Long Night of Tombstone – in America pare circoli anche come Night of Hate, con te e Fernando Sancho. Mi confermi che si tratta dello stesso film?
Sì. Il titolo originale era La lunga notte di Tombstone. Ma non è un western! È una specie di poliziesco-giallo ambientato ai giorni nostri, e parla di una rapina.
Il tuo primo western, quindi, dovrebbe essere The Bounty Killer…
Esatto. Arrivavo da cinque anni di film intellettuali in Italia e avrei voluto tornare in America, per continuare qui la mia carriera, ma non avevo soldi… Sempre la stessa storia, perché ero sotto contratto con Cristaldi che mi passava un’indennità annuale. Dovevo quindi cercare un film per fare quattrini e mi offrirono questo. Il mio personaggio sul copione era un messicano, molto bastardo ma senza che si capisse perché era tanto bastardo. Mi risultava ostico così, non lo capivo. Chiamai regista e produttore e dissi che l’avrei fatto solo a condizione che la cattiveria e la rabbia del messicano venissero spiegate e proposi di inserire delle motivazioni sociali e quindi psicologiche che giustificassero il suo odio verso la vita. Ed è appunto questo il personaggio che ho interpretato.
Un altro personaggio curioso era l’albino di Sentenza di morte…
Sì, il film di Mario Lanfranchi, un regista di opere liriche che quando veniva sul set sembrava camminasse sulla merda. Anche questo lo feci per soldi. Ho fatto un sacco di soldi nella mia carriera ma ne ho spesi anche un sacco (ride). A dire la verità, i casini economici sono stati quelli che mi hanno fatto vivere come attore, perché mi spingevano a lavorare.
L’albino epilettico del film era nella sceneggiatura o anche in questo caso fu una tua aggiunta?
Era una mia idea. Un po’ tutti i caratteri che ho creato dipendevano da me. Pensa solo ai Monnezza… L’unica eccezione fu il personaggio di Boccaccio ’70 di Luchino Visconti, che era l’unico ad avere perfettamente in testa il personaggio che voleva. Sentenza di morte non l’ho mai visto: ho sempre cercato di seguire una linea nella mia carriera e questo film fu un compromesso. La mia agente spinse per convincermi a farlo. L’unica cosa buona è che mi diedero mano libera per la definizione di questo albino e credo di averlo caratterizzato in maniera efficace. Sul set mi ricordo che c’era Ali McGraw che faceva la calza: era la fidanzata dell’attore americano del film…
Il grande duello è stato il tuo più grande successo commerciale qui in America… Hai avuto un buon rapporto con Lee Van Cleef?
Era piuttosto distaccato, non molto socievole. Una bella persona, ma con molti problemi allo stesso tempo. Ho rispettato la sua privacy. Te la ricordi la scena in cui mi buttano nel porcile? Beh, ti dico la verità: quella in cui sono cascato era merda vera! Lì in mezzo c’erano fango, merda di maiale, merda di vacca e rifiuti andati a male. Non mi avevano chiesto di buttarmi in mezzo a quello schifo, perché dicevano che mi sarei preso qualche malattia. La scena, però, lo richiedeva e non c’era il tempo di preparare del fango finto usando la cioccolata perché la “grande star” ci potesse cadere dentro. Così, mi sono buttato in mezzo alla merda vera.
Hai mai avuto a che fare con Sergio Leone in quegli anni?
Una volta mi ha chiamato e gli ho detto no. Mi aveva offerto una parte che non mi piaceva, perché era un personaggio orribile.
Molti dei western che tu hai interpretato avevano echi politici…
Certo, c’era sempre un messaggio politico nei migliori western che ho fatto. Tepepa, che ho girato insieme a Orson Welles, aveva un sottofondo politico molto forte. Ed era stato scritto da uno sceneggiatore politicamente molto orientato, Franco Solinas.
Ho notato che in O’ Cangaçeiro il plot è abbastanza simile a quello di Tepepa. Ugo Pagliai e John Steiner hanno ruoli sovrapponibili nei due film, mentre lei è in entrambi i casi un diseredato che conquista la leadership della Rivoluzione…
Certo. O’ Cangaçeiro era scritto da Bernardino Zapponi, che aveva sceneggiato i film di Fellini. Mentre Tepepa era stato scritto da Ivan Della Mea, in collaborazione con Franco Solinas, che fece La battaglia di Algeri. Era una grande sceneggiatore, Solinas.
Ma O’ Cangaçeiro era una sorta di remake del precedente film di Giulio Petroni?
No. Ricordo di avere combattuto una lotta tremenda con il produttore di questo film… una lotta! E non l’ho vinta. Volevo girare la prima parte con la barba e il produttore diventò isterico. Gli usciva la schiuma dalla bocca tanto era incazzato, perché voleva che io fossi senza barba all’inizio del film, così sembravo più giovane e il pubblico avrebbe visto il passare del tempo.
Hai girato sia Tepepa sia O’ Cangaçeiro nel 1969?
No, Tepepa è del ’68 – durante la rivoluzione hippie. Io ho fatto la mia rivoluzione nei film… Sono stato anche un hippie: molte cose erano hippie nella mia vita e anche nei miei personaggi, che talvolta mi portavo a casa dopo che il film era finito. E diventavo sempre un pochino quel che avevo interpretato.
Prima citavamo Orson Welles: è stato complesso lavorare con lui?
Molto difficile. Ma anch’io sono una persona molto difficile. Così, ci fu una piccola lotta di ego. Sono un tipo di attore che mette tutto quel che ha in ogni film, come se si trattasse sempre del film più importante del mondo. Nella mia carriera, se dovevo fare qualcosa che veniva considerato un B-movie, il modo in cui lo affrontavo era lo stesso che se fosse il più importante degli A-movies. Era anche frustrante, perché spesso il regista non era molto bravo. Tenti di mettere il massimo di serietà e di professionalità in un lavoro, ma ti tocca vedere che tutto questo non viene recepito, che non gliene frega niente. Questo è il mio temperamento, d’altra parte, e da qui nascevano le difficoltà. Perché cercavo di obbligarli a prendere il mio impegno seriamente. A Orson Welles non fregava evidentemente un cazzo di venire in Spagna a fare un western con questo giovane attore, Tomas Milian. Evidentemente veniva solo per i soldi. Ma per la mia dignità, io volevo che lui si comportasse come se credesse allo script e al film. Cominciò ad essere davvero difficile la cosa e ho avuto una discussione con lui.
Tepepa so che è uno dei tuoi western favoriti…
Sì, lo è, ad eccezione della sequenza in cui John Steiner mi uccide conficcandomi un’arnese nel cuore. Ci sono due riprese: un piano medio in cui sono perfetto, e poi un close-up che venne fatto subito dopo il pranzo. A quell’epoca non avevo il potere di obiettare che il mio stato d’animo non era lo stesso della ripresa precedente. E mi sono sentito tradito, perché sono stato costretto a girarla. Rimasero due differenti stati d’animo nella stessa scena. Quando Tepepa uscì in Messico (sono molto critici se gli stranieri trattano la loro storia), ho saputo che il pubblico alla prima si alzò in piedi e applaudì. Erano molto orgogliosi di questo film.
Ti piace Faccia a faccia?
No, non mi piace perché era molto difficile lavorare con Gian Maria Volonté, pace all’anima sua. Il mio personaggio, che si suppone fosse molto violento prima che inizi la storia del film, appare già dimesso. Così, il personaggio di Volonté ha uno sviluppo, una progressione, mentre il mio resta debole, passivo. Si dice che io sia un famoso bandito, ma il bandito nel film non lo vedi mai. Per questo non amo Faccia a faccia.
Se sei vivo spara! è certamente uno dei western più violenti e controversi che hai girato. Che rapporto hai con questo film?
Credo che il regista, Giulio Questi, facesse una cosa sua. Era come lavorare con Antonioni, in un certo senso, perché Questi è un intellettuale rivoluzionario. È stato aiuto regista, sceneggiatore, tutto. Diresse questo film in collaborazione con Kim Arcalli, uomo molto intelligente e montatore di Novecento e Il conformista, di Bertolucci. Era un genio! Ed era molto amico di Questi. Lavorarono praticamente insieme in Se sei vivo spara! e Arcalli montò il film.
Nel film c’è una violenza molto esplicita per l’epoca. La scena in cui vieni torturato è quasi identica a quella in Beatrice Cenci, di Fulci…
I registi italiani amano torturarmi, perché sono uno molto difficile (ride).
Corri, uomo corri era una continuazione della storia di Cuchillo…
Faccia a faccia era stato un grosso successo e così decisero di dargli un seguito. Non mi piace molto, a dire la verità.
Com’è stato lavorare con Susan George in La banda J & S, storia criminale nel Far West?
Era un’attrice fantastica, fantastica! Successe una cosa che ti voglio raccontare, a proposito di questo film. Il produttore mi aveva promesso sessantamila dollari di extra – che erano una barca di soldi allora – quando il film fosse uscito in America. Ma non mi disse che il film era effettivamente uscito in America. Un giorno, qualcuno mi fece sapere che lo proiettavano in un cinema della 42 strada, a New York City. Io chiamai il mio agente, William Morris, e gli domandai cosa dovevo fare: «Va in quel cinema, fotografa i manifesti e chiedi al padrone del locale di farti una lettera in cui dichiara che proietta il tuo film». Vado allora sulla 42 alle oto di sera e mi dicono che il padrone sarebbe arrivato alle 11,30. Torno alle 11,30, fotografo l’entrata col manifesto e chiedo di incontrare il boss del locale. Avevo i capelli lunghi, come nel film, e la barba. Questo qui viene fuori con un sigaro in bocca, hai presente?… grasso, grosso e io gli dico: «Sono l’attore del film che lei sta proiettando»; «Fuori dalle balle!»; «Ma senta, guardi il manifesto e guardi me!»; «Vedi di levarti dai coglioni!» Insomma, mi buttò fuori, io non vidi i miei soldi e il produttore finì in prigione. Non per questo, ma perché doveva quattrini a mezzo mondo. Si chiamava Roberto Loyola.
Ti doppiavi sempre da solo?
Hai toccato un tasto molto delicato. Nella prima parte della mia carriera non mi doppiavo, perchè il mio italiano non era buono. Ho cominciato a doppiarmi quando ho cominciato a fare i western, con l’eccezione di La resa dei conti, che abbiamo fatto in inglese. Poi mi sono doppiato in italiano nella Luna di Bertolucci, con cui ho vinto un Nastro d’Argento. E mi sono doppiato anche in Identificazione di una donna, di Antonioni. Il doppiaggio è anche il motivo per cui ora lavoro in America, dove il doppiaggio non esiste. I film che ho fatto negli ultimi cinque anni in Italia, li ho accettati a condizione di doppiarmi da solo nella versione inglese e nelle produzioni inglesi, come Salomé in cui facevo Re Erode, Gioco al massacro, con Elliott Gould, Una casa a Roma, con Valerie Perrine e tutti i film americani che sto interpretando qui. Non voglio più lavorare in un film italiano se mi devono doppiare. Questa è la ragione per cui lavoro in America. Basta compromessi.
Cosa mi racconti di Franco Nero, con il quale ha lavorato in Vamos a matar compañeros?
Era molto attento alla sua immagine, Franco. Ricordo che quando andavamo al trucco, lui ci restava anche per tre o quattro ore, perché il truccatore gli disegnava delle rughette intorno agli occhi e gli faceva dei riflessi dorati nei capelli. Doveva avere ventitre o ventiquattro anni allora e io gli domandai: «Franco, perché vuoi sembrare più vecchio dell’età che hai?»; «Perché quando avrò cinquant’anni il pubblico mi vedrà sempre uguale. Non voglio invecchiare perchè non voglio mai smettere di fare l’attore». Non è incredibile? Franco è comunque una delle persone più belle e “pure” con cui ho lavorato, un uomo eccezionale. C’era una scena in Compañeros in cui Franco era in bilico su una botte, con le mani legate dietro la schiena e la corda al collo. Io dovevo salire su un palo e slegarlo ma a quel punto mi era venuta voglia di fargli uno scherzo, sapendo quanto lui tenesse al suo look. Mentre scioglievo il cappio mi sono messo a cantare una canzoncina, che inventavo lì per lì: «Beautiful eyes… blue like the sky». Intanto prendevo le sue palpebre e le sollevavo fino a mostrare il bianco dell’occhio Franco era terrificato, perché il suo pubblico stava vedendo il bianco dentro i suoi splendidi occhi azzurri. Così cantavo la mia canzone e aprivo i suoi occhi il più possibile. Quella notte Franco non riusciva a dormire e non lasciò dormire nemmeno Sergio Corbucci: «Sergio, ti prego, lasciami rifare la scena… Non ho avuto il coraggio di fermarlo. Tomas Milian mi sta rovinando: è pazzo!». Amo moltissimo Franco, che persona stupenda!
Ti sei trovato bene anche con Giuliano Gemma?
Anche lui è una persona meravigliosa. Sono stato molto sorpreso di trovare un attore come lui in Il bianco, il giallo, il nero, dove facevo un ispanico/giapponese.
Questo personaggio lo hai interpretato in diversi film. Ad esempio, Delitto al ristorante cinese…
Sì, ero figlio di una madre giapponese e di una madre spagnola. Giuliano un giorno mi disse: «Tomas, cerca di dare il massimo per far ridere il maggior numero di persone possibile! Perché più fai ridere le persone meglio è per me e per il film». Mi diede il massimo della cooperazione. Davvero una persona meravigliosa.
Il cast era davvero una combinazione straordinaria, ma il film ha deluso un po’ i tuoi fans…
Questo è il motivo per cui non ho mai avuto un enorme successo, perché quando i fans hanno cominciato ad amare troppo qualcosa che io facevo io gli sferravo come un pugno nello stomaco, interpretando un ruolo completamente diverso e loro dicevano: «Oh, mio Dio!». Non mi volevano vedere conciato in quel modo. Ma io li preparavo, perché non potevo essere un eroe per sempre. Ecco perché ho fatto i due Provvidenza. Il primo doveva essere solo un western da ridere, ma poi successero talmente tante cose surreali sul set – come quando mi “trasformai” in un uccello – che il film diventò qualcosa di diverso. Il secondo era ancora più “selvaggio”: incominciai a cantare, a danzare, a farne di tutti i colori.
L’ultimo western italiano che hai girato è I quattro dell’Apocalisse…
Era uno dei tre film che ho fatto con Lucio Fulci, tra i quali il migliore secondo il regista era Beatrice Cenci. Nei Quattro dell’Apocalisse facevo una partecipazione speciale di soli dieci giorni. Quando ho cominciato a diventare famoso in Italia, mi chiamavano spesso a fare queste partecipazioni. I quattro…, più che un western era un film di Lucio Fulci: lui amava quel genere di cose, la violenza intendo. Ma era una persona geniale Lucio, e io avevo un particolare feeling nel film. Di quel set ricordo Michael Pollard, che aveva fatto Bonnie & Clyde e che ha giocato un ruolo fondamentale nella caratterizzazione del mio personaggio, e Fabio Testi. La cosa buffa è che io avrei dovuto fare Il giardino dei Finzi Contini con De Sica, ma ero impegnato con un western. Mi avrebbero dato un sacco di soldi ma ho pensato: «Perché dovrei fare questo film indossando pantaloncini corti e facendo lunghe partite di tennis, quando posso tornare in Almeria e fare quello in cui il pubblico mi vuole vedere?». Fabio ha poi fatto al posto mio il film e da quel momento è esploso. È una persona dolcissima, più salutista di una farmacia, ma con un grande senso dell’humour.
Dopo i western sei passato ai polizieschi…
Si, ho capito che il genere cominciava a stancare e così ho pensato che bisognava inventarsi qualcosa di nuovo, di più attuale. E mi sono detto: «Perché non cambiare il cavallo con la motocicletta e fare un western metropolitano ai giorni nostri?». Quello che mi serviva erano un produttore e un regista che credessero in me in questo nuovo genere. Così quando Stelvio Massi, un direttore della fotografia che voleva esordire alla regia, venne da me con il copione di Squadra volante, accettai subito di farlo, anche per un compenso minore del solito. Sapevo che sarebbe stato un successo e non mi sbagliai. I miei fan cominciarono ad amarmi anche come eroe di polizieschi…

Manlio Gomarasca

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Intervista a Tomas Milian – Nocturno n. 127 marzo 2013

Proponiamo ai lettori del sito l’intervista di Nocturno fatta a Tomas in occasione del suo compleanno

INTERVISTA A TOMAS MILIAN
Il protagonista di tanti spaghetti-western e polizieschi ci racconta della sua nuova vita a Miami
Cosa fa Tomas Milian per il giorno del suo compleanno?
Parlo con te, che mi fa sempre bene al cuore (ride). Pensa, poco fa stavo mettendo a posto casa e ho trovato una lettera di compleanno di mia madre, pace all’anima sua. Una lettera che mi ha molto commosso. Risale a oltre dieci anni fa, quando lei è venuta a vivere qui a Miami, dopo che le avevo comprato la casa e le stavo pagando le lezioni di inglese. Anyway, sulla busta cera scritto: «Tomy you are a good boy!».

Ma tu sei un bravo ragazzo, lo dimostra l’affetto che il pubblico italiano continua a dimostrarti.
Sarò sempre grato all’Italia per l’amore che mi ha dato. Mi manca, sai? E mi manca ancora di più adesso che la mia adorata Rita non c’è più.

Eppure in Italia sei stato di recente, quando hai girato il film Roma nuda. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto di Giuseppe Ferrara, dopo che hai rifiutato tante proposte ricevute da Roma?
Ti spiego perché: il produttore è stato molto furbo, ha coinvolto Quinto (Gambini, controfigura storica di Tomas Milian, ndr)… Tutti sanno il bene che voglio a Quinto… e se lo sono portati qui, a Miami. Io non potevo non ricevere Quinto, le porte di casa mia si sono sempre aperte per lui e loro erano dietro.

Non ti spaventava l’idea di tornare in Italia?
L’unica cosa che mi infastidiva è che mi trovassero invecchiato. Che mi vedessero vecchio e potessero dire: «Dio, che schifo!, quant’è vecchio!» Però mi salva il fatto che sono bravo (ride).

Come è stato l’arrivo qui?
Viaggiavo con l’America Airlines, stavo in prima classe e siccome sono diabetico non potevo mangiare il cibo che davano e non avevo chiesto del cibo speciale. Perché a me danno fastidio questi che vanno e ordinano il cibo speciale. Una stronzata mia. Allora ho cominciato a mangiare noccioline americane. Sono arrivato a Roma e mi sono cominciato a sentire male perché, avendo mangiato solo noccioline americane ed essendo diabetico, mi venne un coma diabetico che sono arrivato all’Excelsior quasi moribondo. Sembravo il Papa, perché hanno dovuto prendermi una sedia gestatoria, per portarmi verso la mia stanza. Ma poi sono riuscito a fare il film senza problemi.

Come è stato l’incontro con Giuseppe Ferrara?
Ferrara… Ferrara, Ferrara… Mi viene fuori soltanto la sua faccia bonaria, con i suoi occhi celesti, puliti, che nascondevano dentro una enorme violenza da fanatico comunista. Però allo stesso tempo, un uomo molto sensibile.

Come è stato tornare a Roma?
Beh, guarda, è stata una cosa commovente, commovente. I camerieri venivano in tre. Io ordinavo una cosa al room service, venivano in tre e quando stavo per andarmene sono venuti a regalarmi un bastone. Baci e abbracci, non ti dico, guarda. Tutti, tutti, non c’era una persona che non mi dimostrasse amore. E Roma, se io fossi stato un megalomane, un matto, nel vedere tutte le rovine, le statue romane, potevo pensare: «Questo l’hanno fatto per me! In onore mio». Roma era bella come non mai. Però non dirlo, perché la gente vuole che si dica che a Roma si sta male… Io in un certo senso adesso ero un turista, sono venuto per poco. E ogni sera era uno sturbo di bellezza.

Quale consideri il tuo “film americano”, quello che avresti sempre voluto fare quando studiavi all’Actor’s Studio?
Il mio film americano è senza dubbio Traffic… Ma c’è la disgrazia che è solo una “special apparence”… Invece in Washington Heights ero il protagonista. Era un film indipendente, con dei latini, non conosciuti. Il ragazzo protagonista, Manny Perez, veniva da una serie televisiva, ma non è che avesse la forza di attrarre le persone. Era un film veramente povero… E niente, ha fatto la fine che ha fatto. Poi è passato al dvd. L’unica soddisfazione per me è stata quella di poter avere il primo nome, come in Italia, di essere la star.

I tuoi rapporti con Hollywood come sono stati? Tu vivi a Miami e decidi di restare a Miami, anche se dopo Traffic avresti potuto tornare a Hollywood…
Non sopporto Hollywood, non posso, non posso… Volevo vivere tranquillo. Se c’era un film da fare, mi chiamavano per telefono, punto. Feste, cose, public relations… fuck it! No, non mi interessa. Frankenheimer mi chiamò per Ambush, dove mi diedero un sacco di soldi.

Ambush è un episodio per una serie di spot per la BMW firmati da registi come Frankenheimer, John Woo, Tony Scott, Guy Ritchie…
Nell’episodio ero il passeggero in macchina con Clive Owen, una specie di matto, nervosissimo, che aveva rubato i diamanti. E c’era un camion pieno di delinquenti che ci inseguiva. Mi ricordo che Clive Owen mi ha fatto ridere come un matto, la persona più simpatica che io abbia conosciuto. Lui è un angelo. Gioca a carte e punta tutti i soldi che guadagna, che sono tanti, nello chemin de fer.

Che ricordo hai di Frankenheimer?
Frankenheimer era un uomo, se posso adoperare l’aggettivo, divino. Ossia, era una persona eccezionale. A parte come regista, il suo know-how, quello che fa, la sua purezza… Era un uomo molto puro e molto intelligente. Sai che io non ho mai visto Ambush? C’ho lo storyboard, dove io faccio uguale a quello che lui ha disegnato. Ma era una produzione un po’ strana, perché era una specie di cinema spot, per la BMW. Sì, era un commercial… Io non avevo mai fatto commercial. Era un commercial di classe, con altri episodi diretti da altri registi importanti.

Dopo la parentesi di Ambush, torni al cinema con La fiesta del Chivo…
Sai che un critico che non mi conosce, qui, mi ha fatto una stupenda review, con solo una frase: diceva di essere rimasto allibito che l’attore, sconosciuto ai più, che ha interpretato il generale Salazar di Traffic, abbia fatto il personaggio di Ambush, di questo uomo così cretinotto. Ed era impazzito.

La tua capacità di passare da un ruolo all’altro è risaputa.
Sai, uno mi vede in Traffic e dice: «Questo è un figlio di mignotta che non finisce mai!» e tutto finisce lì. Però non puoi fare il mongoloide, capito?

Come arriva invece La fiesta del Chivo?
Il nipote di Mario Vargas Lllosa che aveva scritto il libro mi chiamò per prendere un appuntamento con me e dirmi che mi voleva come protagonista del film che ne sarebbe stato ricavato.

Tornavi così a fare un personaggio di una cattiveria…
Allucinante, allucinante… E secondo me, è tanto cattivo, e tanto veramente fatto bene, il personaggio, che la gente non lo sopporta e il film non ha avuto successo per niente. Il mio vicino di casa mi ha detto che ero bravissimo, però che ero “despicable” che vuol dire che ero insopportabilmente mostruoso. A tutti è piaciuto molto il finale. Un critico spagnolo ha scritto che gli ultimi quindici minuti del film erano un capolavoro. Ed era retto solo da me e dalla ragazzina. La tensione arriva da quando quello viene a dire al padre che il generale voleva avere una festicciola solo con la bambina. E il padre, in un certo senso, me la mette nelle braccia.

Sì, quella scena in cui tu, fisicamente ma anche psicologicamente, possiedi lei è agghiacciante.
Pensa che nel finale hanno tagliato una cosa che a me piaceva molto. Prima di tutto io ho fatto due versioni: una con le mani che vanno sul suo corpo e un’altra dove, invece delle mani così piatte, io facevo come se le dita fossero degli animaletti e ho cominciato a camminare con queste dita sul corpo di lei. Per eccitarla. E quella scena non l’hanno poi messa, giustamente. E poi nel finalissimo, io prendevo il fazzoletto, pieno di sangue, e glielo sventolavo in faccia incazzato nero: «Adesso portalo a tuo padre come prova che la missione è compiuta». La sua missione, perché in un certo senso ha venduto la figlia per lavoro.

Perché l’hanno tagliata?
Non lo so. Può darsi che l’hanno trovata eccessiva. Non era nel libro di Vargas Llosa. Ma tutto quello che hanno lasciato, l’hanno lasciato improvvisato da me.

Quanta libertà avevi sul set?
Totale, però non ho cambiato molte cose, perché lì Vargas Llosa era sempre attento a che io non forzassi la mano, con l’improvvisazione. Non me l’hanno mai detto, ma io lo sapevo. Ed era una gran rottura di coglioni, perché mi sentivo un po’ bloccato. Giustamente, perché bisogna bloccarmi, altrimenti vado troppo per la mia strada.

Ma tu come ti sentivi? Perché tu, quando diventavi un personaggio, vivevi sempre molto forte l’emozione di quel personaggio. Quindi, nel fare un personaggio così cattivo, come ti sentivi?
Beh, in un certo senso era Giulio Sacchi che diventa generale. L’ignoranza era uguale. La cattiveria esattamente uguale se non peggio. Però, era una cattiveria… libera. Giulio Sacchi era cattivo per il suo essere delinquente. Mentre questo è libero per il suo potere. Ha dentro di sé un Giulio Sacchi, però con il potere. Una cosa tremenda.

E adesso?
Adesso sto valutando il prossimo film, che sarà una sorpresa e che non voglio anticipare e mi godo i miei 80 anni. E poi dobbiamo fare uscire il nostro libro, Monnezza amore mio, che abbiamo fatto aspettare abbastanza i nostri lettori.

Manlio Gomarasca

www.nocturno.it

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